Marco

Non volevo gatti nel campo. Ne ho già sei a casa e mi bastano.

Ma i gatti hanno deciso di venire da me.

In questi anni, inesorabilmente, ho assistito a periodiche apparizioni di 

felini tra le mie piante e alla loro presa dimora senza alcun problema.

Non me lo hanno chiesto, hanno deciso loro di diventare  i miei gatti anzi, hanno deciso che io sarei diventata la loro schiava umana, come sempre succede con i felini.

All’inizio fugaci apparizioni di creature semi selvatiche ora sedentari gatti grassocci con tanto di casetta e copertina.

La maggior parte di loro ha traslocato da un terreno vicino. Facevano parte di una colonia abbandonata dal vecchio proprietario.

Un signore molto simpatico che mi ha spiegato che, per contenere le nascite, annegava le femmine appena nate.

Così i gatti del mio campo sono prevalentemente maschi. 

Marco, Paolo, Sbiadito, Papi e Gattazzo.

Marco era il più bello. Un grosso gatto nero dagli occhi gialli con pagliuzze verdognole ed una bellissima grossa coda.

Era il mio preferito. Adoro i gatti neri. Se potessi scegliere di rinascere chiederei di essere una pantera nera: potente, ammaliatrice,

 sensuale come solo un felino può essere.

Marco era una pantera in miniatura.

Sonnecchiava disteso nei luoghi più alti: sul tetto del recinto, sul ramo di un albero. La grossa zampa lasciata pendolare giù, indolente sonnacchioso eppure attento ad ogni movimento.

Mi correva incontro miagolando in attesa di crocchette e pappa.

Ogni tanto si concedeva alle carezze ed era un momento speciale: le mie dita scorrevano sul suo manto folto e setoso e lui inarcava la schiena.

Bellissimo Marco.

Da qualche giorno zoppicava. All’inizio avevo pensato si fosse ferito ad un polpastrello ma il signorino non si lasciava medicare.

Con il passare del tempo la cosa si fece sempre più evidente , cercai di prenderlo per portarlo dal veterinario ma il micio non ne voleva sapere di farsi mettere in gabbia.

Negli ultimi giorni notai che la spalla era come bloccata da un grosso nodulo duro.

Con l’aiuto di una volontaria questa volta Marco finì in gabbia. Mi faceva una pena infinita. Rassegnato dietro le sbarre di una gabbia di ferro, lui il Re Nero del mio mondo.

La signora mi rassicurò dicendomi che l’avrebbe portato da un bravissimo veterinario e che mi avrebbe presto dato notizie.

Così Marco lasciò il mio mondo.

La sera mi telefonarono per dirmi che probabilmente non si trattava di una frattura ma di un tumore, il giorno dopo gli avrebbero fatto i raggi e poi avrebbero deciso cosa fare. Probabilmente avrebbero amputato la zampa.

Non ho dormito. Il pensiero di Marco da solo in una gabbia tra le mura di un ambulatorio mi tormentava. Lui, un gatto nato libero nel bosco, padrone di un territorio immenso, abituato ai tramonti e alle albe infuocate tra gli alberi del bosco era rinchiuso in una gabbia.

Lui, agile e maestoso, avrebbe potuto non avere più una zampa, avrebbe potuto restare rinchiuso per una lunga degenza, subire farmaci e terapie. .lui, anima libera.

Il mattino mi trovò sveglia a pensarlo con l’angoscia di dover prendere una decisione che non mi aspettava nel caso avessero deciso di amputargli la zampa.

Restava la speranza che la dottoressa si fosse sbagliata e che i raggi rivelassero una semplice frattura: tutto sarebbe stato più semplice.

Alle dieci del mattino, mentre ero in campo con i miei amati animali, arrivò la tanto temuta telefonata che mi lasciò senza fiato.

Sarcoma osseo, spalla disintegrata, linfonodi e polmoni intaccati…impossibile operare. Speranze di vita: nulle.

La dottoressa consigliava l’eutanasia per non farlo soffrire.

Le chiesi di aspettare, di lasciarmi pensare.

Chiamai le amiche in cerca di conforto, di un consiglio ma la decisione dovevo prenderla io.

Avrei voluto andarlo a prendere e riportarlo nel suo regno per farlo morire da Re.

Poi lo vidi deperire, dimagrire, respirare a fatica, perdere le forze e la dignità. Lo vidi avviarsi lentamente verso il bosco trascinando la zampa ormai distrutta dal male… 

Chiamai la dottoressa e le chiesi di addormentarlo per sempre. Un atto d’amore che mi è costato tantissimo.

Perdonami Marco.

L’ho fatto per te.

Dormi in pace, te ne sei andato da Re e tale resterai nel mio cuore.

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